mercoledì 15 gennaio 2014

Panoramica al genere, da fan più che da scrittore.


Ricordo che appena un decennio fa, quando nel panorama letterario si affacciava un nuovo autore con un suo racconto di vampiri, tutti gli appassionati del genere erano presi da un grande entusiasmo. E io ero tra loro.
Questo perchè romanzi che trattavano della creatura gotica per eccellenza se ne vedevano col contagocce.
Era, quello dei vampiri, un genere "particolare", di nicchia, che possedeva una schiera accanita di fan, molti dei quali riscopertisi tali grazie alla rivoluzionaria saga partorita dalla penna di Anne Rice.
Possiamo affermare che, salvo rarissimi casi, il genere era rimasto invariato per secoli, classico sia per struttura narrativa che come percezione della figura del vampiro (malvagio e basta).
Poi, sul finire degli anni '70, tutto cambiò.
L'ormai cult "Intervista col vampiro" rivoluzionò in maniera coraggiosa e intelligente un genere che si trascinava stancamente da tempo, partorendo cloni su cloni del lavoro eccezionale di Stoker.
In verità, ciò che Anne Rice ideò convinse in breve tempo critica e pubblico perchè riuscì ad accorpare in un unica storia i dogmi per eccellenza della figura del vampiro assieme una certa innovazione.
Mostri, è vero. Assassini. Esseri maledetti. Ma anche protagonisti, predatori piuttosto che prede dei soliti eroi di turno. Questo erano i suoi dannati: vampiri tormentati dall'incessante trascorrere dei secoli, solitari, melanconici e tremendamente affascinanti.
Pareva, all'epoca, che il genere avrebbe finalmente vissuto una seconda giovinezza e, per un pò, fu davvero così. Continuavano, è vero, a uscire pochi libri sui vampiri, ma quei pochi, uniformatisi al nuovo standard della Rice, davano vita a storie il più delle volte, se non originali, quantomeno intriganti.
E allora, guardando a questo passato nemmeno troppo remoto, mi domando: come siamo giunti alla situazione attuale? Come mai, oggi, quando vediamo in libreria un romanzo del genere ci viene da dire senza un briciolo di curiosità "Ah, eccone un altro..."? Perchè i vampiri non solo hanno perso la loro attrattiva, ma anche la loro dignità agli occhi dei lettori?  
Poichè oggi ho come l'impressione che non appena nomini la parola "vampiro", sia tu scrittore, artista, spettatore o lettore, ti attiri una salva di occhiatacce da provare quasi vergogna.
E allora lo dico senza giri di parole: io scrivo di vampiri. Lo facevo da quando il termine suscitava ancora "rispetto", ammirazione e curiosità.
Perchè se una volta i pochi cloni si ispiravano prima sul modello letterario di Stoker, e poi della Rice, oggi il mercato è completamente invaso, saturo sino alla stremo di cloni volgarmente definiti "alla Twilight".
Ora, da signor nessuno quale sono io, non vorrei sembrare arrogante (non è assolutamente il caso), ma l'autrice di bestseller Stephenie Meyer, con la sua saga, ha involontariamente o meno dato vita a un'involuzione del genere di proporzioni difficilmente quantificabili.
E badate, lo dico con la massima umiltà, ma il solo fatto che oggi, nominando la parola "vampiro", al 90% delle persone venga in mente un adolescente con problemi esistenziali, capace di brillare(!!!) alla luce del sole, vale più di mille miei post in merito all'argomento.
Inutile dire che la "Twilight Saga" è stata (e continua ad essere) un successo strepitoso, il punto di riferimento moderno(!!!) per la figura del vampiro del nuovo millennio. E lo dicono i fatti, non io.
Con questo non voglio far intendere che la Meyer sia una non-scrittrice, una nullità, una persona orribile come molte volte pure ho letto/sentito dire. Il lavoro di chiunque deve sempre essere rispettato, a scapito dei gusti personali, e per poter criticare bisogna prima conoscere.
Anzi, mi azzardo a dire che, come romanzi rosa per ragazzi/e, quelli della Meyer sono anche piuttosto buoni.
Ed è proprio questo che, seguendo la scia, il profumo dei facili guadagni, hanno fatto altri autori emergenti: semplicemente la storia si è ripetuta, ma stavolta i cloni si sono rivelati non solo inadeguati, ma pure "poveri", edulcorati e politicamente corretti.
Le case editrici ci sono andate a nozze.
I mostri sono spariti. Il sangue è una traccia sbiadita. L'assassinio un tabù. Al meglio, negli scritti di oggi, troviamo le immancabili storie d'amore, e il sesso: spettacolare sesso tra vampiri, mirabolante sesso vampiri-umani, qualche volta perfino un nemico da sconfiggere, tanto per non farsi mancare nulla.
Non c'è più traccia della malvagità, della brutalità, del termine "maledetto" applicato alla natura del vampiro. In breve, i libri di vampiri contemporanei non trattano di vampiri, ma di individui presi dalla loro relazione sentimentale. La trama è questa. Non c'è altro.
Non sto dicendo nulla di nuovo. Forse ve ne rendete conto, o forse no.
Il classico non "tira" più. Il classico quasi non è nemmeno più "classico", ma un genere completamente a sè.

2 commenti:

  1. L'icona che io ho del vampiro è questa : il non-morto mavagio sì, ma di una malvagità così pura che rasenta la perfezione e gareggia, superandola in altezza "morale", con la falsa e meschina moralità cristiana, con il buon senso comune. Inoltre, il vampiro è un seduttore, affascinante nella sua immensa dannazione, cosciente di non potere amare come i normali esseri umani e per questo dannato, ma fiero della sua diversità, perchè può amare più intensamente di qualinque uomo. Amo questo personaggio e queste atmosfere. Mi regalano attimi di vita unicamente miei.

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    1. Pensiero, il tuo, che condivido sinceramente. Il fascino del vampiro, più di ogni altra creatura fantastica, sta proprio nella sua moralità complicata, nel modo profondo di vedere il mondo e di viverlo.

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