giovedì 9 gennaio 2014

Rondò: l'epilogo che apre la storia.

Quello di cominciare con un prologo che racchiude una buona del parte dell'epilogo, è una trovata ormai entrata a far parte dell'immaginario comune di noi lettori/spettatori.
E dunque non mi riferisco solo al mondo della letteratura, ma anche ai film.
Quando ho ideato la vicenda dietro "Le Memorie Oscure - Rondò" era mia intenzione produrre un'opera narrativamente lineare. Un inizio, una fine, niente salti temporali. Dal punto A al punto B.
Ovviamente avevo qualche idea "collaterale" niente male, qualcosa del tipo "Dieci anni prima" o "Sessant'anni prima": si sarebbe dovuto entrare nel dettaglio dell'ascesa (e discesa) sociale della famiglia von Hebelhost, quella del protagonista. Avevo condotto anche diverse ricerche storiche in merito, roba parecchio entusiasmante che si ricollegava ad alcuni avvenimenti sul finire del XVIII secolo, in particolare al regno del Terrore francese e la monarchia asburgica.
Magari un giorno, ripubblicazione permettendo, produrrò qualche capitolo in merito con la dicitura "Prologo alternativo", o una cosa del genere.
Tuttavia, Rondò doveva essere un'opera estremamente classica nella sua concezione narrativa, e integrare nella storia di Clemens, in maniera tanto invasiva, degli spostamenti temporali del genere, sarebbe risultato deleterio per il ritmo del romanzo.
Ciò no toglie che, almeno per come la vedo io, al giorno d'oggi il classico deve essere affiancato dall'innovazione, o meglio, da una certa concezione che il lettore possiede di "moderno".
Il prologo-epilogo è servito egregiamente allo scopo. Da principio è misterioso, per certi versi sconclusionato, pieno di rivelazioni che il lettore potrebbe dimenticare appena lette. Dà per scontati eventi di cui non sappiamo nulla, di cui non si comprende la portata. Eppure, capitolo dopo capitolo, il disegno comincia a prendere forma, sino a che, giunti al prologo, non ritroviamo quella sensazione quasi rasserenante di "ritorno a casa".
Non so voi, ma io trovo che "collegare i puntini" sia una delle sensazioni più appaganti in assoluto, per il lettore quanto per lo scrittore.

Ecco a voi il prologo completo de "Le Memorie Oscure - Rondò".


Rondò

Echi. Poi il silenzio.
Ogni suono è cessato. Ogni colore svanito. Ogni speranza perduta.
L’eclissi è qui.
Vedo la buia notte divenire giorno e le ombre allungarsi pari ad artigli di fiera lungo l’orizzonte.
V’è luce, una luce bianca, una luce quieta e fredda che m’annulla.
Improvvisamente riconosco l’arancio, l’arcobaleno di rossi e ramati, gli scoppi di ori e bronzi.
La luna… la luna è in fiamme… e io con essa.
Eppure non sento dolore mente la pallida pelle mia si sgretola, mentre lo sconforto lascia spazio alla desolante rassegnazione.
È la fine: lei è morta e io sto per raggiungerla.
Mi chino sul suo volto latteo, esanime, dolce ora come allora. La bacio un ultima volta. Le sue labbra sono fredde, morbide, immobili.
Lei, la mia adorata Helena, è tra le mie braccia, senza peso, senza vita.
Il mio mondo sta per collassare sulle stesse certezze che lo tennero saldo.
La mia grigia esistenza, irradiata dallo sfolgorio dell’ultima lacrima cristallina su quella gota femminea tanto adorata, manda un languido addio carico di sfavillanti promesse mai mantenute.
L’eclissi è allo zenit.
Ho fallito. Imperfetto come uomo. Inadeguato come mostro.
Non sono riuscito a salvarla. Non ho salvato me stesso.
Forse è sempre stata l’incapacità, il mio destino. Forse, dall’alto della mia arroganza e d’una presunzione tutta umana, non ho saputo cogliere la gioia che già possedevo. Forse… è questa la mia punizione.
La consapevolezza dell’annientamento è qui. Inquietudine è turbamento scivolano da questo cuore immobile. Resta solo tristezza, una melanconia degna delle immortali opere classiche che si riversa in mille e mille sprazzi di luce cocente e devastante direttamente sull’esile ed eterea figura della mia Helena.
Piango carezzandole i capelli biondi come il grano d’estate. Piango stringendola a me.
Sto per ricongiungermi a lei.
Vorrei crederlo, davvero vorrei. Che oltre ci sia qualcosa di migliore dopo tanta iniqua sofferenza, questo io vorrei credere. Che la mia ingenuità, la mia fede, il mio inutile sacrificio possa portare a una qualche arcaica e utopistica realtà ove il lieto fine esiste… ove il lieto fine esiste.
Ma qui e ora, laddove ogni cosa ha fine, non riesco a sognare né ad immaginare: temo di avere dimenticato come si fa.
Le gambe mi cedono. Cado in ginocchio aggrappandomi stretto alla mia fragile Helena.
C’è troppa luce, è ovunque, persino nelle tenebre.
Chiudo gli occhi ormai cechi mentre rosse lacrime sanguigne deturpano l’ultima misera vestigia di questa mia tormentata umanità.
E poi… a un passo dall’abisso… li sento, ed è splendido e spiazzante come fosse la prima volta: i flauti e le trombe e gli archi e le arpe in un crescendo grave e continuo sfociante nella violenza della tragedia.
È la musica, quella musica magica e potente che tuona fuori da questa sfarzosa dimora, oramai vuota e abitata da ombre; è la musica di quella sera incantata fatta di meravigliose scoperte, di emozioni prive di nome ma dall’anima sì nitida da poterle sfiorare che serpeggia lungo le file dei cipressi sfiorando l’erba umida dell’immenso giardino; si… io la ricordo perfettamente… alla mia Helena piacque molto, la commosse.
Quale ironia, quale amara e sbeffeggiante ironia.
Forse… forse, dopotutto, rimane ancora tempo, ancora un fugace istante per ricordare Wagner, quel maestoso Atto III… l’immortale “Tristano e Isotta”.
È questo che vuoi, mia cara Helena? Un ultima, dolce e melanconica memoria di noi?
Così sia dunque.
Poco rimane della mia carne sotto la venefica luce diurna sorta a mezzanotte. La mia essenza smania di librarsi da questo ammasso di carne incenerita e la mia coscienza anela null’altro che a te; ma così sia.
Un ultimo ballo, un ultimo sorriso, un ultimo pensiero felice a ciò che fummo e divenimmo.
Io muoio.
L’eclissi è qui.

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